Anna Maria Luisa de’ Medici: la donna che salvò le sterminate collezioni di famiglia.

Se oggi possiamo recarci a Firenze e visitare una delle più antiche e importanti collezioni d’arte al mondo, intatta e ancora nel suo prezioso contesto, lo dobbiamo a una donna, Anna Maria Luisa de’ Medici, l’ultima esponente del ramo granducale della famiglia.

Il Granducato di Toscana, nel Settecento, stava attraversando un periodo di declino politico economico a causa delle pessime politiche di Cosimo III, la linea di successione era vicina all’estinzione e Cosimo III passò gli ultimi anni della sua vita a cercare di far riconoscere, dagli altri stati europei, la figlia come sua legittima erede. Alla morte di Cosimo divenne Granduca il figlio Gian Gastone de’ Medici, dichiaramene omosessuale e completamente disinteressato agli affari pubblici, dal suo infelice matrimonio non nacquero eredi, e le potenze europee, non riconoscendo la legittimità di Anna Maria Luisa, si interessarono ad assumere il controllo del Granducato. Dopo la morte del marito, Anna Maria Luisa, ritornò a Firenze, dove visse fino alla morte nel 1743. Per testamento lasciò allo stato toscano la grandissima collezione artistica che apparteneva alla famiglia, e che ella ereditò dal fratello Gian Gastone, ultimo granduca del casato de’ Medici. La situazione era già chiara nel 1711 quando, durante l’incoronazione del nuovo imperatore Carlo VI, che si svolse il 12 ottobre di quell’anno a Francoforte, Anna Maria Luisa de’ Medici, che in quella occasione era presente nelle vesti di elettrice Palatina, tentò personalmente di ottenere l’appoggio cesareo al progetto del padre Cosimo di nominarla erede del granducato in assenza di discendenti maschi. Questo tentativo naufragò, tant’è che il decreto emanato del Senato Fiorentino del 26 novembre 1713, che sanciva il motuproprio granducale in seguito alla morte prematura del primogenito Ferdinando, col quale Anna Maria Luisa era nominata erede del trono toscano, non ebbe alcun seguito, proprio per l’opposizione imperiale. Dopo diverse vicissitudini, l’ultimo Granduca di casa Medici nominò come suoi eredi gli Asburgo Lorena.

È in questo contesto di grande instabilità politica che vide la luce la Convenzione, nota come Patto di Famiglia, la quale costituiva un atto quasi “privato” tra i Lorena e i Medici, volto in primo luogo a regolare i rapporti patrimoniali tra le due casate e gli obblighi del granduca entrante nei confronti dell’ultima rappresentante della casata, rimasta sola dopo la morte di Gian Gastone.

Superato lo scoglio della definizione ultima del Patto di Famiglia (che riguardava molti aspetti politico culturali del passaggio di consegne tra i Medici e i Lorena e vide coinvolti diversi notabili dell’intellighenzia granducale), pochi mesi prima della morte di Gian Gastone, nel 1737, venne firmato, e Anna Maria Luisa de’ Medici nominò, nel suo testamento, eredi universali (ma con parecchi vincoli) i Lorena.

È il l testo del terzo articolo della Convenzione che va inteso come uno degli atti fondanti della storia di Firenze e determinanti per il suo destino, dove l’Elettrice così dispose:

 

“La Serenissima Elettrice cede, dà, e trasferisce al presente a Sua Altezza Reale [Lorena] per lui, e i suoi successori Gran Duchi, tutti i Mobili, Effetti e Rarità̀ della successione del Serenissimo Gran Duca suo Fratello, come Gallerie, Quadri, Statue, Biblioteche, Gioie, ed altre cose preziose, siccome le Sante Reliquie e Reliquiari, e lor Ornamenti della Cappella del Palazzo Reale, che Sua Altezza Reale si impegna di conservare, a condizione espressa che di quello è per ornamento dello Stato, e per utilità̀ del Pubblico, e per attirare la curiosità̀ dei Forestieri, non ne sarà̀ nulla trasportato, o levato fuori della Capitale, e dello Stato del Gran Ducato.”

L’articolo terzo, quindi, non determinò propriamente la donazione delle collezioni d’arte medicee alla città di Firenze, o allo Stato, ma ne impose l’inamovibilità̀ come condizione per il passaggio della loro proprietà̀ al (neo)granduca Francesco Stefano di Lorena e ai suoi successori: detta alla contemporanea, la collezione venne vincolata a notificata. L’Elettrice, con lungimiranza, vincolava ai suoi luoghi quell’insieme inestimabile, unico ed irripetibile di opere d’arte, gioie, manoscritti, di volumi a stampa e arredi determinandone così il legame inscindibile con Firenze. Una volontà̀ espressa in perfetta sintesi normativa, tanto chiara poter essere chiamata in causa ancora oggi, strumento giuridico per ottenere la restituzione di opere d’arte illegalmente uscite da Firenze.

Una volta garantita la salvezza al patrimonio mediceo, l’elettrice continuò a vivere a Firenze dove, per il resto della sua vita, catalogò e inventariò le collezioni. Si spense nei suoi appartamenti a Palazzo Pitti nel 1743.

Il suo amore per l’arte, e per la città di Firenze, salvarono il capoluogo toscano dal destino che invece toccò ad altre “capitali” del rinascimento, come  Mantova e Urbino, che videro la completa dissoluzione delle collezioni: grazie a questa grande donna le collezioni medicee vivono e prosperano nelle odierne Gallerie degli Uffizi e Gallerie Palatine, a perpetua memoria dell’importanza del mecenatismo, del collezionismo, della cultura e della raffinatezza che contraddistinse i  Medici, e la loro corte,  da tutte la altre famiglie regnanti d’Europa.

Sempre a una donna, ultima della sua dinastia, Elisabetta Fanese, si deve il salvataggio delle collezioni di famiglia, ma è un’altra storia: è la storia della traslazione delle collezioni Farnese di Roma e Parma a Napoli e la conseguente nascita del Museo Archeologico e del Museo di Capodimonte.

Antonio Cipullo