«Le persone fanno i musei»: di prototipi, progetti e nuove prospettive con Museomix

Quando circa un mese fa ho iniziato a prepararmi per partire per Bruxelles, non riuscivo a spiegare bene ad amici e colleghi cosa andassi a fare lì: un workshop di museologia, un corso di aggiornamento, una sorta di winter school molto interdisciplinare. Nessuna definizione tradizionale era adatta per descrivere Museomix, uno straordinario evento annuale – questo si! – che vede coinvolti pochi (per ora!) musei di tutto il mondo. Non solo in Belgio, ma quest’anno anche in Italia, Francia, Spagna, Austria, Svizzera fino ad attraversare l’oceano e arrivare in Messico e in Brasile, 13 musei di natura diversa sono stati chiamati per valorizzare le loro collezioni e creare, ambiziosamente, il prototipo del museo del futuro, attraverso idee audaci e scambi di competenze trasversali fra professionisti dal background differente.

A dover proprio apporre un’etichetta, faccio mia quella già scelta dalla community belga, con la quale ho collaborato come mediatore culturale al Musée de la Ville di Bruxelles, che ha ospitato l’evento: Museomix is a way to challenge museums by choosing a partecipatory logic. The visitors became actors, they appropriate the space, question the collections and contribute to the museal content by imagining new forms of museum mediation.

Ecco, Museomix è proprio questo: un museo che si apre alla comunità locale e diventa laboratorio interattivo, con mediatori, facilitatori, programmatori, designers, social media managers uniti dallo scopo di dare il proprio, piccolo contributo nella definizione del museo del nostro secolo. Il tutto in una sorta di maratona di 72 ore, una full immersion di tre giorni che richiede non solo immediatezza di idee innovative, ma anche un’apertura mentale nel collaborare con persone appena conosciute e abituate a lavorare nei più svariati contesti. Alla fine del lungo weekend, che quest’anno è stato dal 10 al 12 novembre, si testano i modelli elaborati chiamando il pubblico a partecipare numeroso. Insomma, Museomix è una sfida ad ‘usare’ il museo e renderlo un luogo praticato dai cittadini, rompendo le regole.

In linea con una concezione dinamica dell’istituzione Museo, l’obiettivo dei museomixers è porre il visitatore al centro dell’esperienza museale, invitandolo a superare le barriere fisiche, mentali e sociali che spesso lo lasciano fuori dal museo. Perché il primo passo, in ogni senso, è proprio quello di varcare la soglia del museo, per scoprire una collezione che è di tutti, in senso sociale e democratico: un assunto che può sembrare banale per chi è un habitué dei così detti luoghi della cultura, ma bisogna riconoscere che se c’è una fascia di popolazione non abituata a metter piede in un museo, forse questo è dovuto anche al fatto che per troppo tempo i musei sono stati considerati luoghi elitari, che rappresentano la visione del mondo della classe dominante. Basti pensare – ma è solo un esempio – agli sguardi sbalorditi di tante persone quando ti siedi a terra per osservare un’opera che ti colpisce particolarmente: l’idea che tu possa preferire questa prospettiva per favorire un atteggiamento di intimità con l’opera, anziché rimanere incastrata nel comfort di una sedia con braccioli, non è assolutamente contemplabile.

Eppure, simbolicamente, sedersi sul pavimento potrebbe rappresentare il primo passo verso un museo più aperto e libero da pregiudizi, come tante istituzioni vorrebbero e si stanno spendendo con battaglie di attivismo sociale. Prima fra tutte è la scuola in Museum Studies di Leicester, con il suo centro autonomo di ricerca, che orgogliosamente coltiva una cultura dell’inclusione e sottolinea: «Museums have become altogether more accessibile – the old atmosphere of exclusiveness and intellectual ascetism has largely given way to a more democratic climate»[1].

Ora, non è questa la sede per parlare di museologia sociale, perché Museomix è un esperimento che può inserirsi solo generalmente in questo campo vastissimo. Ma è un’idea, una bella miccia che vuole accendere riflessioni e lanciare sfide, in supporto di un museo socialmente inclusivo, trasparente e custode di un patrimonio da condividere. Perché un museo è di tutti: del conservatore, del curatore, dell’esperto di didattica museale, del guardasala tanto quanto dell’amatore, di chi non frequenta i musei o di chi li frequenta per la cioccolata calda della caffetteria. Perché bisogna prendere atto che ormai il museo non è solo il contenitore di una collezione, ma anche una struttura confortevole per una buona cioccolata, magari per avere energia prima di una visita al museo stesso – anche se non necessariamente. Ma solo se un museo si spende davvero per la sua cittadinanza, potrà allora accettare che una parte di essa risponda negativamente: «a me i musei proprio non piacciono, non mi interessano». Fino a quel momento è aperta una sfida per sdoganare l’idea di un museo autoreferenziale e chiuso in sé stesso e dare, invece, valore ai diversi pubblici, farli entrare e ri-entrare nel museo per vivere non semplicemente una visita, ma un’esperienza museale.

In tutto questo, si inserisce anche Museomix: con i prototipi elaborati dai partecipanti, l’aiuto prezioso del personale del museo e l’uso delle tecnologie più avanzate messe a disposizione dal team di volontari, che per un anno ha lavorato con passione e professionalità per garantire efficienza all’evento. E chiaramente grazie ai visitatori stessi, che domenica 12 novembre, al momento di testare i prototipi, sono accorsi numerosi: il motto per eccellenza di Museomix è «people make museums», e per quanto riguarda il Musèe de la Ville, domenica questo ha ospitato circa mille persone, il triplo di quelle che solitamente accoglie lo stesso giorno. Ma il riscontro del pubblico è stato positivo in tutto il mondo, a testimonianza che se le persone vengono chiamate a partecipare, queste rispondono.

L’ideale ora sarebbe rendere sostenibile Museomix e trasformare i prototipi in progetti concretamente utilizzabili dai musei: un’ulteriore sfida da cogliere, questa volta, dai musei stessi e dalle buone pratiche dei loro dipartimenti di didattica.

Personalmente, cercando un confronto con gli altri partecipanti, sono tornata a casa con nuovi stimoli e sempre più domande per cui cercare risposte, decisamente convinta della natura educativa del museo.

Maria Chiara Scuderi

[1] Max Ross, Interpreting the new museology, in Museum and Society, online journal – University of Leicester, vol. 2, n. 2, (2004), pp: 84-103